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“PERCHE’ LE IDEE SONO

COME LE FARFALLE

CHE NON PUOI TOGLIERGLI LE ALI”

R. Vecchioni

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Idee

30 luglio 2019

La Chiesa fa sempre lo stesso errore

Mia figlia parte per un pellegrinaggio a Lourdes. Prima del viaggio il Vescovo celebra una Messa per impartire sugli ottanta giovani partecipanti una benedizione e dare loro un messaggio. Tutto molto solenne, tutto molto bello. Fino ad un certo punto.

Alla fine della celebrazione viene consegnato ai ragazzi un foglio dove poter seguire la benedizione del Vescovo e rispondere tutti insieme a delle domande che l’episcopo rivolge loro. “Volete mettervi al servizio di quanti incontrerete sul vostro cammino?” chiede il vescovo. Rispondono i ragazzi: “Sì, imitando Gesù servo, lo vogliamo”. E ancora: “In questa esperienza di comunità volete camminare in piena comunione provando il gusto di crescere insieme?”, “Sì, come figli di Dio e fratelli in Cristo lo vogliamo” e così via, altre domande su questo tono dove le risposte non ammettono repliche o divagazioni. Come cagnolini ammaestrati questi ottanta giovani rispondevano alle domande del Vescovo.

Nulla da discutere sul contenuto delle domande e delle risposte, quanto piuttosto sulla metodologia adottata.

Ognuno di noi porta nel cuore sfide, dubbi, domande, incertezze e certezze, gioie e dolori, le sfumature dell’anima sono tante. Eppure a questi ragazzi nel giochino della domanda e della risposta non viene offerta alcuna strada, devono rispondere per forza leggendo il pensiero confezionato da qualche illuminato sacerdote o seminarista che crede di interpretare lo spirito di tutti i presenti.

Può un ragazzo essere magari un po’ arrabbiato con Dio e decidere di fare un pellegrinaggio per cercare un po’ di pace?

Può una ragazza sperare di tornare a credere nell’amicizia dopo un’esperienza dolorosa e non avere nel cuore quella disposizione a mettersi a disposizione dei fratelli che incontrerà?

Può un ragazzo che ha perso un genitore partire un po’ deluso da Dio e cercare tra i malati il senso della sofferenza?

Ogni ragazzo ha una storia, ognuno di noi ha una storia e la Chiesa commette sempre lo stesso errore: fornire delle risposte a domande già precompilate, domande che non vengono dal cuore. Fin dall’infanzia la mia formazione spirituale era ricca di risposte a domande che non avevo fatto io, ed oggi, nel mezzo del cammin della mia vita, mi ritrovo affannosamente, ma con passione, a cercare di rispondere alle domande dei miei alunni e cercare una risposta alle mie.

Mi è sembrato mortificante per dei giovani rispondere a quelle domande senza poter alzare la mano e poter dire: “mi scusi eccellenza, io la grazia di Dio in questo momento non la vedo ma la desidero, posso dirle che parto per cercare un sentiero e che non mi sento pronto per fare alcuna promessa in tal senso?”. Spesso la gente esce dalle chiese la domenica dopo aver ascoltato delle prediche sterili, dove non viene offerta nessuna risposta, nessuna indicazione concreta per mettere in pratica il messaggio del Vangelo che, ricordiamolo, è gioia, Vita, speranza, entusiasmo, consolazione, eternità, invito a fare e ad amare Dio e gli altri partendo da se stessi.

Perché è così difficile?

Perché alcuni sacerdoti hanno paura di rispondere alle domande?

I ragazzi non sono sciocchi, capiscono e si sentono non ascoltati, non hanno i mezzi per vivere una fede adulta perché ammaestrati con catechismi dalle metodologie antiche; sono sempre andati a Messa perché le catechiste dicevano che erano giusto andarci, ma mai scoprendo cosa vuol dire celebrare e vivere insieme una festa. Se mollano dopo un po’ non c’è da meravigliarsi.

Domenica 28 luglio, due giorni fa, Papa Francesco, spiegando all’angelus il Padre Nostro ha detto chiaramente di lasciare uno spazio dove le risposte vengano dal Padre nei nostri cuori: “noi, nel Padre Nostro, se ci fermiamo sulla prima parola, faremo lo stesso di quando eravamo bambini, attirare su di noi lo sguardo del padre. Dire: ‘Padre, Padre’ e anche dire: ‘Perché?’ e Lui ci guarderà”.

Lasciamo uscire i nostri perché e aspettiamo che le risposte vengano da Dio senza sopprimere la curiosità e la voglia di conoscere.

 

 

10 luglio 2019

Perché non faccio gli auguri su whatsapp

Mattina. Accendo il cellulare. Si avvia e dopo pochi secondi vedo arrivare una sfilza di messaggi. Capisco. All’interno di uno dei tanti gruppi di whatsapp c’è qualcuno che festeggia il compleanno. Delirio, disgrazia e pestilenza.

Via, uno dietro l’altro. Qualcuno inizia dalla mezzanotte e così via, un messaggio dietro l’altro, una emoticon, una rosa, un sole…  tempo che si esauriscano i partecipanti: auguri, auguri auguri e così via… Ovviamente tutti questi messaggi scatenano la reazione del festeggiato che continuerà a scrivere “grazie” a ripetizione. È un film già visto da tutti.

Se capita poi la disgraziata giornata in cui non solo c’è un compleanno ma anche un onomastico importante è la fine, il cellulare perderà la sua carica nel giro di mezza giornata. Il 29 giugno ad esempio, Santi Pietro e Paolo, è stato un delirio: vuoi che in un gruppo non ci siano almeno un Paolo, Paola, Paolino, Paoletto, Pablo, Pedro, Pietro (e per fortuna non c’è il femminile di Pietro)! Tutto questo senza considerare che un messaggio inviato in gruppo fa suonare decine di cellulari creando anche qualche possibile fastidio. Natale, Pasqua e altre feste nazionali che siano cristiane, pagane, sataniche o sportive non conta: i cellulari impazziscono, le memorie trasecolano. Fine.

Chi mi conosce sa che io non partecipo agli auguri sui gruppi, rischiando anche di fare la figura del maleducato agli occhi degli altri partecipanti al gruppo.

La mia scelta è dettata semplicemente dal fatto che amo fare un augurio personalizzato, meglio ancora una telefonata o una visita. Se so di incontrare il festeggiato formulerò a voce il mio pensiero. Scrivere “auguri” in modo generale la trovo una furbata perché così non si fa brutta figura e ci si toglie dall’imbarazzo di scrivere a quella persona un messaggio privato, soprattutto se non ci è così simpatica. Lo stesso vale anche per Facebook e altri social. Inconcepibili gli auguri a degli sconosciuti su un social, così come trovo terribilmente tristi quelle persone che segnalano sui gruppi social che è il loro compleanno scatenando decine di messaggi da persone che non si sono mai incontrate. Non è affetto, è un vuoto che tenta di essere riempito con il nulla.

In occasione del mio compleanno ricevo sempre tanti auguri un po’ ovunque e ad ognuno rispondo personalmente; però, quanto sono belle le telefonate o delle parole spese personalmente.

Cosa ci auguriamo quando formuliamo un augurio ad una persona?  Cerco sempre di individuare so cosa al festeggiato potrebbe far piacere sentirsi augurare, cosa spera, sogna e cerca nella sua vita. Così l’augurio può arrivare al cuore del destinatario.

Basta cambiare direzione dei nostri sguardi ed orientarli verso una conoscenza che diventa condivisione. 

 

30 aprile 2019

Pezzi di vita

Camminavo lungo un viale del mio paese, una strada storica, percorsa da chissà quante altre persone prima di me. Le foglie della primavera davano una luce nuova dopo il grigiore dell’inverno. Per un attimo mi sono proiettato verso il futuro e mi sono immaginato anziano, percorrere tra chissà quanti anni - sempre che il Signore vorrà - quello stesso viale.

Siamo presente, ma anche passato, protesi al futuro.

Avevo da poco salutato un amico che non vedevo da tempo. “Ti ricordi quando siamo stati a….”, “sarebbe bello rivederci più spesso…”, “però non ci perdiamo di vista”, “facciamo una cena molto presto…”; siamo pezzi di storia, le nostre relazioni sono pezzi di storia delle nostre vite. Viviamo momenti di amicizia, di condivisione e questi attimi restano per sempre.

Li vedo scorrere come pezzi di film che mi appartengono.

Un mese fa un amico l’ho salutato per sempre, un dolore lancinante al cuore, una ferita che non si rimargina. Con lui ho condiviso trent’anni della mia vita, mi ha fatto da maestro, prima di chitarra, poi di vita. Nei giorni scorsi l’ho pensato spesso. Riaffiorano nella mia mente le esperienze ci hanno unito; impossibile non ricordarlo quando passo nei pressi della sua casa, quando suono qualcosa, quando sento una canzone, un musicista magari scoperto grazie a lui.

Eccoli i pezzi di vita che formano un grande puzzle; i singoli pezzetti sembrano insignificanti eppure ognuno di essi ha un valore fondamentale, porta in sé un colore, una forma, un contorno, addirittura un profumo.

Percorrendo il viale alberato del mio paese mi è tornata in mente una frase che ho scritto spesso in questo sito: la vita merita di essere raccontata. E la vita è un insieme di piccoli pezzi vissuta con gli altri, tra presente e passato, tra certezze e futuro.

 

 

27 aprile 2019

Nella vignetta del Signore

Sono un vecchio fan di Gioba, da anni lo seguo sui social, la sua ironia abbinata ai fatti del Vangelo e della Chiesa l’ho sempre trovata interessante, benevolmente provocatoria, leggera. Finalmente il meglio di questo materiale ha trovato una casa; è uscito Nella vignetta del Signore, un libro edito da Ancora che unisce alle vignette di Gioba uno stralcio delle omelie che le accompagnano. Questo meraviglioso lavoro, coordinato dall’abilità di Lorenzo Galliani, si presenta nelle mani del lettore come uno strumento molto prezioso, utile per la riflessione personale e per la condivisione.

Inizialmente sono stato attratto dall’immagine: le vignette sono fantastiche, divertenti e cariche di spunti per riflettere. Il testo che accompagna i disegni invitano il lettore ad una riflessione più profonda: Gioba è un sacerdote preparato, profondo, con una spiritualità capace di guardare al cielo senza dimenticare la terra.

Il maggiore punto di forza del libro sta nella sua organizzazione: soltanto con le vignette sarebbe stato troppo banale, così come soltanto con le omelie sarebbe risultato uno dei tanti libri di catechesi da mettere nel dimenticatoio. L’idea di abbinare l’immagine alle riflessioni di Gioba è stata geniale perché ci pone davanti un nuovo modo di trasmettere il Vangelo. Gli autori ci ricordano che si può scherzare un po’ anche con i santi e con Gesù, donando alla fede quella vitale leggerezza che è stata perduta in tanti anni di prediche colte e severe: i cristiani hanno perso nel tempo la gioia di leggere il Vangelo e di coglierne tutti gli aspetti positivi e profondi. Gioba e Lorenzo Galliani hanno saputo coordinare immagini e parole che attirano l’attenzione di grandi e piccini.

La mia è stata una lettura attenta. Non ceduto alla tentazione di saltare da una vignetta all’altra; piuttosto mi è capitato spesso di soffermarmi su ogni pagina per meditare e riflettere su quanto letto.

È un libro da leggere, da consigliare e regalare ad amici, familiari, bambini e ai sacerdoti. Esprimo la mia riconoscenza agli autori e auguro il successo che merita a questo prezioso testo.

 

27 gennaio 2019

Sofferenza e generosità

Tra le molteplici immagini che arrivano da Panama per la giornata mondiale della gioventù, la foto simbolo di questo incontro è senz’altro quella che vede un disabile sollevato in alto dai suoi amici salutare il Papa e il Santo Padre ricambiare con espressione di meraviglia sul volto. Senz’altro bella, ricca di significato.

Guardandola bene mi ha fatto tornare in mente il paralitico del Vangelo, calato dal tetto della casa all’interno di una casa dove c’era Gesù. Troppa gente era davanti all’ingresso e così gli amici hanno pensato bene di tentare l’impossibile. Mi ha sempre colpito fin da bambino questa scena, mi domandavo quanta fatica devono aver fatto gli amici di quell’uomo per portare il loro amico da Gesù. Stessa cosa per il disabile sollevato a Panama: troppa gente impediva al giovane di vedere il Papa, ci hanno pensato gli amici.

Penso alla bellezza di un gesto di generosità così semplice ma ricco di significato. Siamo capaci di alleviare le sofferenze di molti più di quanto possiamo immaginare. I risultati migliori si raggiungono con l’amore degli altri, più difficilmente da soli.

Non per ripetere i soliti luoghi comuni, ma la nostra società sempre più individualista ha bisogno di esempi concreti e di gesti che si aprano agli altri. La parola si dirada, parliamo sempre meno e cerchiamo di trovare altri mezzi per comunicare senza un linguaggio concreto; tutti scrittori sui social ma pochi parlano, tanti hanno smesso di educare e di comunicare. Un disabile sollevato dai suoi amici è da stimolo; quegli amici sono un esempio, hanno messo tutte le loro forze non per arrivare in prima fila quanto piuttosto per aiutare un amico a fare ciò che gli era impedito.

È questa l’amicizia, la fedeltà e la solidarietà. Parole che non pratichiamo più se non nascondendoci dietro ad uno schermo; raramente tutto questo arriva davvero al cuore. Inutile dire “ti sono vicino” rimanendo a casa. Ti sono vicino… da lontano. A che serve?

Ripercorriamo la strada che porta ad un abbraccio, guardiamoci negli occhi e soprattutto teniamoci per mano.

 

 

3 dicembre 2018

L’attesa

Inizia l’avvento, tempo di attesa.

Al di là delle considerazioni religiose rifletto sull’attesa. Vado di corsa, riempio fino all’inverosimile le mie giornate, non lascio uno spazio vuoto; la mia vita è sempre piena. Spesso prevale la fretta, la voglia di arrivare, di fare sempre qualcosa. Ma non sempre è possibile.

Una mia amica mi disse una volta: “se ti trovi in stazione e il treno tarda per mezz’ora, non ti arrabbiare perché tanto il treno non arriverà prima e sempre mezz’ora dovrai attendere. Prendi piuttosto il tempo che hai a disposizione e fai qualcos’altro, leggi un libro, guardati attorno, prendi un caffè al bar, fai una passeggiata, parla con qualcuno…”. Giusto, arriva il momento in cui per forza dobbiamo fermarci ed aspettare.

Nel tempo ho provato a coltivare questa virtù. Facendo l’insegnante non devo avere fretta: devo aspettare che i miei alunni acquisiscano capacità e competenze, che maturino. La più grande virtù di un educatore è quella di non aver fretta.

Per aspettare devo necessariamente togliermi qualcosa. Saper aspettare di parlare per lasciare spazio all’ascolto (grande conquista), aspettare che la Provvidenza si faccia concreta perché chi persevera non perde la speranza; aspettare che quel desiderio possa realizzarsi perché i sogni si possono avverare e si avverano qualche volta. Aspettare i cambiamenti senza forzare mai i tempi, non siamo padroni di nulla e le cose vanno secondo i loro piani. In ogni attesa muore qualcosa per far nascere un tempo diverso.

Elisabetta e Maria, protagoniste in questo inizio di avvento, erano donne di attesa, hanno saputo aspettare senza dubitare che il disegno che Dio aveva per loro si realizzasse. Che il tempo di Avvento ci insegni ad aspettare, che la vita sia tutto un avvento dove attendiamo che l’amore e il buono che c’è nel mondo possa raggiungerci.

 

18 giugno 2018

Il tempo vuoto

C’è un tempo per seminare e uno per mietere. Con queste parole il libro del Qoelet ci ricorda che ogni cosa ha un tempo. Mi rendo conto che imparare a gestire il tempo è un esercizio che merita molto impegno e spesso non è detto che si arrivi ad un risultato. Parlo soprattutto del tempo “vuoto”, di un tempo morto in cui qualcosa deve accadere. Un messaggio che non arriva, una telefono che squilla a vuoto, una risposta che si fa attendere, il temporale che deve passare per far tornare il sole, qualcosa che non ci aspettavamo. Nel frattempo cosa fare? Bisogna aspettare e non sempre siamo disposti a farlo a buon cuore.

L’esempio dell’autobus che non passa è esemplare: sono alla fermata, devo raggiungere un luogo, sono in ritardo e l’autobus non arriva. Se mi arrabbio, mi innervosisco e inizio ad inviare parole poche cortesi all’azienda, il mezzo pubblico passa prima? E così i secondi ci sembrano minuti, ore interminabili. Cosa fare nel frattempo? Tocca riempire quel momento con qualcosa, leggere un libro, ascoltare una canzone, guardare le nuvole, gli uccelli, scambiare quattro chiacchiere con qualcuno (purchè non si parli del ritardo del mezzo pubblico!). Ci sono momenti della mia giornata in cui sono costretto ad aspettare, non c’è altro da fare, pur avendo fatto del mio meglio arriva il momento in cui non posso cambiare la realtà delle cose. Mi rendo conto che vivere “il mentre” non è sempre facile; a volte l’impazienza e l’ansia potrebbero avere la meglio.

Quando non c’era l’invasione dei cellulari darsi un appuntamento era un vero atto di speranza. Se l’altra persona arrivava in ritardo c’era poco da fare, aspettare. Al massimo se c’era una cabina telefonica nei paraggi si poteva telefonare a casa dell’altra persona senza la certezza di trovarla ovviamente. E così si aspettava. Cosa facciamo oggi? L’appuntamento è alle 14.30 e alle 14.31 se l’altra persona non è arrivata lo chiamiamo o scriviamo un messaggio.

La prospettiva di vivere in un mondo sempre connesso, sempre online e sempre reperibili può avere un vantaggio per certi aspetti, ma come sempre c’è il risvolto della medaglia. Pensavo al fatto che ogni tanto ci piace anche un po’ di oblio, cioè non essere trovati, semplicemente per fare un po’ di silenzio e concentrarsi meglio su ciò che si sta facendo o per avere un po’ di tempo per se stessi, per il silenzio.

Nel campo della fede il tempo vuoto è il tempo della fede. C’è un momento in cui l’essere umano deve aspettare e quindi avere fede. A volte bisogna attendere; come disse una volta il mio ex parroco “Dio arriva con un quarto d’ora di ritardo”, nel senso che è in quel simbolico quarto d’ora che dobbiamo avere fede. Non è semplice.

Cerco di sforzarmi e aspettare, imparare ad attendere, affinchè il saggio detto dei latini “carpe diem” possa risuonare proprio in quei momenti in cui la realtà non può cambiare per causa mia. Per non perdermi un attimo di vita.

 

 

13 febbraio 2018

Padre Ottaviano

La morte di una persona cara dovrebbe suscitare in noi tristezza. E così è stato per me quando ieri pomeriggio ho appreso la notizia del ritorno alla Casa del Padre del mio caro Padre Ottaviano. Una tristezza mista ad una strana gioia; mi sono subito reso conto che padre Ottaviano è vissuto nella pienezza dei suoi anni, morendo come Abramo “sazio di giorni”.

Dalle pagine di questo sito vorrei esprimere un personale ricordo anche alle persone che non lo conoscevano.

Conobbi Padre Ottaviano quando da piccolo frequentavo la parrocchia dei Sacri Cuori. Ricordo una voce profonda dal confessionale; da quella grata usciva una voce che infondeva, nell’allora ragazzino Andrea, una certa dolcezza. Mi invitò a conoscerlo al di fuori del confessionale. Nacque una profonda amicizia spirituale e umana; fu il mio padre spirituale fino al 1997 quando tornò in Svizzera. Padre Ottaviano è stata una figura fondamentale per la mia formazione umana e spirituale. Ricordo ancora qualche parola che scambiava con me nella saletta in cui faceva una interminabile direzione spirituale a tutti coloro che bussavano alla sua porta. Dava appuntamenti anche al mattino presto, andava a pranzo tutte le domeniche nelle famiglie che lo invitavano, per parlare con lui c’era una lunga lista d’attesa. Come direbbe Papa Francesco, conosceva molto bene l’odore delle sue pecore.

Padre Ottaviano per raggiungere la parrocchia romana (in cui veniva solo nel fine settimana) partiva dalla sua residenza dell’Istituto Storico  sul Grande Raccordo Anulare, altezza Aurelia dove svolgeva una intensa attività di studioso. Attraversava tutta Roma, prendeva 3 autobus e faceva un pezzo a piedi molto pericoloso all’epoca. Era preciso, puntualissimo, fedele ai suoi impegni pastorali, meticoloso in ogni sua azione, equilibratissimo nel suo stile di vita. Sono queste le doti che ammiravo di più e che forgiavano anche il mio carattere. Se lo faceva lui, volevo farlo anch’io; ho cercato fin da giovane di imitare questa sua rettitudine e la serietà che metteva in ogni cosa. Era un esempio, un modello, e per un ragazzo adolescente questo voleva dire molto. Aveva per me parole di incoraggiamento che all’epoca erano iniezioni di fiducia importanti. Frequentava la mia casa, la mia famiglia, celebrò il matrimonio di mio fratello e in seguito il mio. All’epoca partì addirittura dalla Svizzera per celebrare il mio matrimonio; un gesto che apprezzammo molto, era già anziano all’epoca. L’ultima volta che lo vidi fu nel 2003. Venne a Roma per un convegno. Lo andai a prendere alla stazione Termini, volle passare a salutare Beatrice nata da pochi mesi; il tempo di una benedizione alla piccola e poi lo accompagnai all’Istituto Storico dei Cappuccini. Fu un bel viaggio in macchina, parlammo di molte cose. Era un frate davvero speciale, un uomo di Dio.

A padre Ottaviano mi legano molti ricordi. Uno su tutti quando nel 1997 mi accompagnò per la prima volta nella valle reatina. Facemmo un piccolo pellegrinaggio mostrando - da uomo di montagna qual era - un’incredibile agilità. “Prima di tornare in Svizzera voglio salutare Greccio e la valle reatina”, così mi disse. A me sembrava logico che volesse salutare Assisi, sulle orme di quel San Francesco che ha amato e studiato e invece scelse quelle oasi di pace della valle di Rieti. Dopo una lunga frequentazione di quei luoghi capisco il motivo.

Ciò che mi lascia nel cuore è la sua profonda spiritualità. Direzione spirituale, confessionale, Messa. Piccoli gesti semplici che hanno fatto del bene. Non servono le parole, spesso ciò che ci resta di una persona è lo stile di vita, il modo di porsi, i gesti concreti. Ho amato questa figura, un padre spirituale fondamentale nella mia vita.

Non faccio fatica ad immaginarlo nel Paradiso, lì a contemplare quel Gesù che mi ha fatto conoscere e amare. Muore a 91 anni dopo una lunga vita. Ora avrò un santo in più a cui rivolgermi, sicuro che ascolterà ancora di più le mie preghiere.

 

 

23 dicembre 2017

Quei presepi di mio padre

Fare il presepe negli anni ‘80 era molto diverso rispetto ad oggi. Almeno a casa mia. Il vero maestro artista era mio padre, la sua era una vera passione.

Si partiva molto tempo prima del Natale perché mio padre aveva dei tempi molto lenti, come un grande artista aveva bisogno della giusta ispirazione, del tempo necessario per preparare le montagne, la capanna, le strade. Tra i tanti ne ricordo uno molto bello, avrò avuto meno di dieci anni e nella nostra casa di Via Mancinelli a Roma si stava preparando il presepe più bello che io abbia mai visto. Era veramente grande, con statuine storiche, provenienti da vari parenti, alcune grandi, alcune piccole, non proprio tutte in stile ma poco importa;  avevano una loro storia, un loro passato. Mio padre amava molto il sughero, quell’anno ne prese diversi pezzi e lo assemblò in modo da “incorniciare” la scena; con lo stesso materiale c’erano le montagne e ovviamente la grotta. Nella grotta le statuine della Sacra Famiglia erano davvero molto belle. La Madonna aveva un vestito azzurro e un viso molto bello; smise il suo onorato servizio dopo molti anni quando rimase senza una mano! Fu sostituita da un’altra Madonna acquistata alla Upim anni ma non reggeva il confronto. Anche San Giuseppe era davvero molto bello e ovviamente il Bambino aveva una luce speciale. Eleganti sui loro cammelli erano i Re Magi, i quali facevano una breve apparizione solo dal 6 gennaio. Erano come nuovi, ma erano i più belli. Nella mia testa Maria, Giuseppe e il Divino Bambino erano proprio così, assumevano esattamente quelle sembianze, non potevano averne altre. A pensarci bene nel presepe che faceva mio padre c’erano due Giuseppe: il padre terreno di Gesù e mio padre, Giuseppe anche lui, il quale metteva l’anima e le mani in quelle opere d’arte.

Ogni anno il presepe cambiava, si arricchiva di qualche luce, di nuove scenografie. Poco importava se non somigliavano alla Palestina. Era un momento in cui si stava insieme, in cui ognuno poteva dire e fare la sua, ovviamente non senza l’approvazione del maestro. Quasi tutti gli anni mio padre mi portava alla chiesa di Piazza Euclide dove c’era - e credo ci sia ancora - una bellissima mostra di presepi con tanti piccoli quadretti che riproponevano tutti i momenti della vita di Gesù, dall’annunciazione all’ascensione.

Per molti anni poi questa abitudine di fare il presepe si interruppe. Mio padre non era più così ispirato, noi diventavamo grandi, i tempi inevitabilmente cambiavano per tutti.

Nell’inverno del 1994 però accadde una cosa straordinaria. Vidi mio padre prendere un po’ di sughero, i pennelli, le statuine, un po’ di materiale vario e… si mise a fare il presepe. Lo finì in appena 3-4 giorni, cosa davvero insolita per lui; più piccolo di quello di cui vi parlavo prima, ma molto bello, simile a quei presepi che vediamo esposti nelle bancarelle natalizie. Fui contento di rivedere il maestro all’opera, mi domandavo cosa l’avesse spinto a rimettersi al lavoro dopo anni di inattività. La risposta arrivò dopo poco, quello fu il suo ultimo Natale.  Quando vedo un presepe ripenso a lui, quando provo a farlo gli chiedo di girarsi dall’altra parte perché non sono bravo come lui. Perché nella vita le cose non avvengono a caso, mio padre voleva lasciare un’ultima firma della sua esistenza di artista.

 

6 dicembre 2017

Manson, Bonolis e Mefisto

Mi arriva sul cellulare una supplica. Non guardare il programma televisivo “Music” di Paolo Bonolis perché ospiterà il noto cantante e satanista Marylin Manson. “Evitiamo che la negatività di questi personaggi entri in casa nostra. Non si gioca con il demonio. I satanisti lo sanno bene, i cristiani forse un po’ meno”.

La negatività della nostra tv entra in casa nostra in vari momenti della giornata. Purtroppo Bonolis, da persona intelligente qual è, non è la prima volta che in nome dell’audience scende in basso, prende in giro la gente, sfrutta le varie disabilità per fare spettacolo, arraffa dove può. Del resto lavora in una tv commerciale e - sempre da personaggio intelligente qual è - segue le logica un’azienda commerciale, fare ascolti, ricevere pubblicità, soldi, guadagni, fregandosene della qualità e tanto più della moralità. Manson in questo caso gli fa comodo, fa notizia molto più di Max Pezzali (anche lui ospite), personaggio pulito e amato dai ragazzi e dai meno ragazzi.

Manson è un personaggio ridicolo a se stesso, certamente pericoloso perché apertamente è schierato dalla parte del demonio, anche se lui con il demonio ci fa un sacco di quattrini e in nome del “dio denaro” ha fatto patti anche con Mefisto. Non lo fa gratis, per intenderci. È un altro personaggio inglobato nel circuito commerciale. Certo, non passa il suo tempo a fare il volontario al don Guanella, questo sì, ma del resto sono affari suoi come intende passare la sua esistenza.

Invitare Manson vuol dire in qualche modo sposarne le idee? E chi può dirlo. Certamente un conduttore pulito, onesto anche con il suo pubblico, non chiamerebbe un personaggio così controverso per fare spettacolo. Bonolis nel torbido ci sguazza e ci guadagna; saranno i telespettatori a presentargli il conto in termini di credibilità e popolarità. Potremmo anche spengere la tv, meglio ancora sarebbe boicottare i prodotti commerciali del programma penalizzando così l’economia generale. Inviare tanti fax a Mediaset in segno di protesta? Forse. Non so cosa sia veramente giusto fare e se è veramente necessario fare qualcosa. Il nostro del resto è un paese strano, si indigna per una bestemmia di Insinna fuori onda, lo mette alla gogna e tace sulla presenza di certi ambigui personaggi in tv.

A prescindere da quello che farà Bonolis con il signor Manson credo che dovremmo sempre tenere gli occhi aperti dalla negatività e dal cattivo gusto. Dovrebbero saperlo tutti, non solo i cristiani.

 

16 novembre 2017

Si può anche non andare ai mondiali?

La domanda mi è sorta spontanea quando ho capito lo scenario che si stava concretizzando: ma si può anche non andare ai Mondiali? Già, perché il campionato del mondo di calcio, come le olimpiadi, sono sempre stati una scadenza fissa nella mia vita; da quando sono piccolo -  e il mio primo vero mondiale fu quello del 1982 - ogni quattro anni ci sono sempre state le partite della nazionale in tv. Non ho mai sentito che l’Italia potesse non fare il mondiale. E quindi niente ritrovo nelle case, niente urla dalla finestra dopo ogni gol, nessun inno di Mameli, nessun bar con il megaschermo, no trombette, no bandiere, no striscioni e neanche eventuali festeggiamenti per le strade. E’ così. Lo spettrale scenario di un mondiale senza la Nazionale proprio non me lo immaginavo e francamente ancora non me lo immagino.

Per chi tifare? Per l’Argentina del mio parroco don Pedro? Per il Brasile di mia cognata? Oppure per qualche squadra europea o africana? Il calcio rimane un motivo di unione sociale, anche se in questi giorni molti stanno scrivendo che ci sono problemi ben più seri (sul quale sono perfettamente d’accordo); il calcio ci offre la possibilità di socializzare, di incontrarci, in un’epoca fin troppo individualistica. E così in occasione delle partite posso ospitare il mio amico Gigi che non vedrei facilmente così come qualunque tifoso che bussi alla porta, ogni tanto mi chiama mio zio per dirmi “le aquile volano” e così via… Ha la sua importanza il calcio ed averci privato dei mondiali francamente mi dà fastidio.

Sfileranno le nazionali e noi non ci saremo. Ci saranno gli svedesi che hanno mostrato che con undici marcantoni in difesa, con la tattica del peggior catenaccio e con la veemenza di prendere la palla e spazzarla via si può andare in Russia; di sicuro non tiferemo per gli svedesi e per il loro calcio orrendo.

Ma l’eliminazione degli azzurri rispecchia in qualche modo la politica generale del nostro paese. Si cerca il risultato immediato senza investire; nel calcio le squadre comprano giocatori dal nome “esotico” pensando di ottenere subito un risultato e anche qualche abbonamento in più. Nella politica si tralasciano le opere preventive, come la manutenzione del territorio, perché la prevenzione non dà voti. Nella scuola si punta al risultato d’effetto senza investire nella cultura e nelle infrastrutture. E così via. È un Paese che non investe.

La mia paura è che oggi siamo usciti dal mondiale, domani gli scenari potrebbero essere ancor più gravi anche se in parte già lo sono.

Possiamo anche tifare per l’Argentina o per il Brasile, ma torniamo a tifare per la nostra Italia, non solo quella del pallone.

 

11 settembre 2017

Confini

Una vecchia canzone di Zucchero cantava “Non c’è più rispetto”. Una bella canzone, non c’è che dire. Probabilmente quando il buon Sugar scrisse quel testo avrà avuto le sue buone ragioni. Mi trovo spesso ad affrontare questa tematica non solo con i miei alunni di scuola, ma spesso anche con amici e conoscenti.

Probabilmente il fatto che molti mettano su piazza tutti i loro fatti ci autorizza a invadere la vita degli altri. Mi piacerebbe che si riscoprisse il valore di un confine da non superare. Personalmente mi esercito ogni giorno ad osservare senza giudicare, lasciare la libertà agli di fare e pensare ciò che vogliono senza entrare nel merito, esercizio non semplice ma estremamente efficace. Lo stesso rispetto lo pretendo anche nei miei confronti e questa esigenza la sento soprattutto negli ultimi anni.

Dovremmo ricordarci più spesso dei confini umani per non cadere nell’invadenza, nel giudizio, nella condanna. Confini anche nei confronti di noi stessi: diventa importante al giorno d’oggi difendere la propria privacy e la propria riservatezza. Vedo soprattutto nei più giovani una voglia smoderata di mettere tutto su piazza: dove sto, con chi, cosa ho fatto, come mi sento, con chi esco, cosa ho mangiato ecc. ecc. Ogni tanto lo ricordo anche ai miei figli e ai miei alunni: difendete i vostri confini, i vostri spazi, la vostra vita dalle invadenze altrui. E imparate a fare lo stesso anche con gli altri. Proteggere la propria libertà e il proprio corpo, rispettare se stessi per rispettare gli altri.

A volte i confini servono, non muri, ma spazi dove poter coltivare la propria personalità e tenere riservata la propria vita.

 

 

29 agosto 2017

Una casa di tutti

I fatti accaduti la scorsa settimana a Roma che ha visto coinvolti i migranti ha scatenato un vespaio di polemiche e considerazioni. In realtà la questione non è mai doma; lo sbarco di migranti così come la presenza degli stessi nelle nostre città è una questione sempre viva.

Non voglio fare considerazioni di tipo politico così come non mi piace proporre soluzioni. Bensì voglio provare a guardare il problema “dal basso” cambiando prospettiva.

Durante le mie vacanze ho dovuto prendere un traghetto per la Sardegna. Guardavo il mare nella sua immensità. Bello vedere il mare da una nave; il mezzo garantisce solidità, confort, sicurezza. Ma da lassù non ho potuto ripensare che quel mare tanto bello e azzurro è diventata una tomba per migliaia di disperati che partono dai loro paesi per sfuggire alle guerre, alla fame vera, alle violenze, agli stenti e alla sofferenza. Non parlo nemmeno di “migranti” ma di persone con una loro dignità. Mentre io solcavo il mare per giungere in un luogo di vacanza mi tornavano in mente quei barconi precari ammassati all’inverosimile.

E allora? Come non pensarci?

Tra i banchi di scuola ho il 30% di alunni stranieri. Anche qui definire chi è straniero e chi no non è cosa semplice. Ci sono bambini nati a Roma da genitori filippini, cinesi o rumeni. Sono stranieri? Sono italiani? Sono bambini. Alunni che frequentano la scuola italiana per formarsi culturalmente, per socializzare con altri compagni di pari età. Italiani a tutti gli effetti nonostante il retroterra culturale, la lingua madre e i tratti somatici non proprio mediterranei.

E così anche le persone che quotidianamente incontriamo lungo la nostra giornata. Qualcuno lavora onestamente, qualcun altro prova ad arrangiarsi come può. Non credo che sia una scelta di vita comoda fermarsi davanti ad un supermercato o ad un bar per chiedere una moneta; piuttosto credo sia una profonda umiliazione per l’animo e la dignità di ogni essere umano. Da quanta sofferenza scappano queste persone per vivere così? Anche loro sono creature e ogni creatura è una perla di Dio. Hanno avuto una madre che li ha generati e che li ha messi al mondo.

Mi piace pensare che l’Italia, l’Europa, i continenti, il mare, il cielo siano la casa di ogni essere umano. Senza confini. C’è posto per tutti, deve esserci accoglienza ma anche regole eque e giuste che devono essere rispettate. Ma questo fa parte della politica. Purtroppo spesso abbiamo paura di chi è diverso da noi, del nuovo; l’Italia dovrà fare i conti - e già in parte li sta facendo - con una realtà che cambia e la difesa dei valori umani e religiosi è un dovere da parte di ognuno di noi. Tra questi valori c’è anche il dovere dell’accoglienza per chi è più debole.

Un discorso difficile, complesso ma che coinvolge tutti. La terra deve essere la casa di tutti.

 

25 maggio 2017

Ascoltiamoci

Aumentano i social. Whatsapp, Facebook, Twitter, Instangram… e qui mi fermo… sempre di più, sempre più chiassosi e sempre più tutti uguali. La mia giornata passa anche da lì, da quei messaggini che iniziano al mattino presto per poi fermarsi a notte fonda, da quei post in cui un certo Facebook mi chiede “a cosa stai pensando”, a foto e cinguettii sempre più confusi, veloci.

Quando iniziai a scrivere su questo sito, nel “lontano” 2005 eravamo ancora in un’altra epoca. Mi rendo conto che un sito di idee e riflessioni è un mezzo obsoleto, dove io stesso devo fare una certa “fatica” nello scrivere; per coloro che vorranno leggermi invece dovranno fare diversi clic e impiegare qualche minuto. Grazie a chi lo farà e a chi lo sta già facendo.

Eppure la “pericolosità” di questi social non è solo l’isolamento, fenomeno più evidente, a partire da un gruppo di giovani a quello che succede in famiglia. Uno dei pericoli più grandi è il non saper ascoltare e leggere; in una chat di gruppo possiamo intervenire velocemente, rapidamente, senza aspettare il proprio turno, senza leggere e capire, in modo impulsivo, rapido. È un cattivo modo di  fare che ho riscontrato spesso ultimamente.

La nostra società è piena di chiacchiere vuote e soprattutto di gente che non ascolta. Lo vedo a scuola nei bambini, negli adulti che non sanno insegnare ai più giovani il valore dell’ascolto perché sono essi stessi a non avercelo o ad averlo perso.

Mi piace sedermi vicino a qualcuno che mi ascolti, così come mi piace ascoltare, leggere negli occhi e tra le righe del mio interlocutore sentimenti, emozioni, problemi, setacciando e analizzando le parole. Le parole sono importanti, vanno cercate, analizzate, scelte con attenzione.

A questo punto dell’articolo qualcuno di voi avrà impiegato 5-6 minuti del suo tempo per leggermi e… ascoltarmi. È stato bello scrivere, da sempre amo questa pratica, una forma di comunicazione importante.

Mettiamoci all’ascolto. Restiamo in silenzio. Condividiamo. Altrimenti l’uomo è morto senza tutto questo. È questo che ci rende persone, altrimenti saremmo come gli alberi e fiori del campo.

 

7 marzo 2017

Misericordia oltre il giudizio

La vicenda della morte di dj Fabo ha riaperto inevitabilmente il discorso sull’eutanasia. E qui sento i soliti discorsi, la Chiesa da una parte a difendere il sacrosanto valore della vita, le associazioni dall’altra che invece reclamano il diritto all’eutanasia. Discorsi, parole, pensieri che sembrano sempre gli stessi.

Stavolta c’è stata una variante. Nella chiesa milanese si terrà un momento di preghiera, così come ha richiesto dalla madre del giovane. Un gesto di misericordia quasi inaspettato (ma secondo me normalissimo) che ha fatto notizia. Così la moglie di Welby: “non posso che porgere un sincero e profondo ringraziamento per questa apertura che porta con sé un grande valore di umanità e progressismo. Tanti cittadini si trovano nelle condizioni di Fabo ed è importante che nessuno di loro si senta abbandonato a se stesso. Per questo ringrazio anche papa Francesco che grazie al suo esempio illuminante e al suo Giubileo della Misericordia ha avuto un grande effetto sui cuori di tanti ed è riuscito a portare nell'ambito della Chiesa una rinnovata sensibilità verso la comprensione di posizioni non canoniche”.

La Chiesa apre le porte al dolore. Fa quello che è naturale nella sua missione, accogliere e consolare gli afflitti. È vero che in passato questo non è sempre accaduto; credo abbia ragione la moglie di Welby, la Chiesa, grazie anche a Papa Francesco, sta interiorizzando la vera misericordia che va oltre il giudizio.

Si può teorizzare sulla vita e difenderla con tutti i mezzi possibili partendo dal Vangelo. Ma quando c’è il dolore, la sofferenza, lo strazio di certi malati non si deve giudicare. Mai. Non posso dire se la scelta di dj Fabo sia giusta o meno: cosa c’è di giusto o sbagliato davanti ad un uomo che soffre?

Però si può e si deve accogliere il dolore, si possono asciugare lacrime, consolare gli afflitti. È bello pensare che finalmente la Chiesa possa aprire le porte a qualcuno che si sentirà accolto. Che consolazione potersi sentir dire “anche se non condivido la tua scelta vieni qui e abbracciamo la croce”. Che sia un nuovo inizio per mostrare misericordia a chi soffre senza rinnegare ciò in cui si crede. Perché il dolore, la sofferenza non vanno giudicate, nessuno deve giudicare nessuno.

Il volto della misericordia è il volto di Dio che saprà accogliere, come solo Lui sa, l’anima di dj Fabo e di coloro che soffrono.

 

 

9 novembre 2016

Non figli di un castigatore

Si sta per chiudere l’anno giubilare. È stato l’anno dedicato alla misericordia. Papa Francesco ha invitato i cattolici di tutto il mondo a riflettere sul tema della misericordia. E ha fatto bene, soprattutto perché a molti di noi hanno insegnato al catechismo e continuano a farci ripetere nel confessionale che per i nostri peccati “abbiamo meritato i tuoi castighi”. Eh sì, i castighi, parola in disuso ormai da tutti i vocabolari ma rimasta appiccicata ad un Dio che invece Papa Francesco ha voluto mostrare “misericordioso come il Padre”, citando la parabola bellissima, meravigliosa, del padre buono.

Eh già, ce lo eravamo dimenticati che Dio era misericordioso. Perché siamo abituati così, alla vendetta, al castigo, alla punizione. È ciò che molti praticano nella propria vita, gente infelice che per vivere ed affermarsi deve affondare il prossimo. E così, secondo alcuni, anche Dio dovrebbe fare così. I castighi. Ma…

Ed ecco che all’improvviso le mie considerazioni hanno un incredibile, quanto inaspettato, riscontro pratico. Finiamo sui giornali, sui principali notiziari per “colpa” di Radio Maria. Il concetto del castigo divino è ripreso con una frase tanto infelice quanto fuori dal mondo. E finiamo non solo sui giornali e sui mezzi di informazioni, ma anche nella satira più feroce e volgare: mi ferisce sentire le cose più assurde scritte per ironizzare su questa cosa. A me la satira piace e ben venga sempre, ma da cattolico mi fa dispiacere essere preso in giro per l’imperizia di Radio Maria. A parte che sarebbe già un peccato da confessare quello di ascoltare Radio Maria, ecco che certe posizioni sono purtroppo ahimè molto radicate nel cuore di qualche cattolico rimasto al Medioevo. Piove perché siamo stati cattivi, viene il terremoto perché abbiamo peccato chissà in quale modo. Ma fatela finita.

Mi piace ritornare a quell’abbraccio di tenerezza. Tutti ne abbiamo bisogno. Nessuno si può tirare fuori e dire “caro Dio della tua misericordia io non me ne faccio niente”; mi piace l’idea di aver concentrato le nostre forze e alcune timide azioni pastorali sul tema della misericordia. Personalmente non capisco molto l’aspetto pratico di un anno giubilare: perché durerebbe solo un anno questa misericordia? E perché passando proprio una porta e facendo una serie di pratiche…? Però a me è servito. È servito sentire addosso a me che Dio può avere misericordia anche di me che sono piccolo e peccatore. È servito perché mi ha mostrato un aspetto diverso da quello del “castigatore”. Peccando non merito i castighi di Dio ma - come dice un prete di Monterotondo - “scelgo il mio male”.

Mi sento di ringraziare il Papa per questa bella iniziativa. Spero che gli stessi benefici porterà nel cuore di molta gente. Come spero che una volta chiusa la porta santa (e spero anche Radio Maria) si continui a parlare di misericordia. Sarà bello sentire su di sé lo sguardo amorevole di Dio.

 

27 settembre 2016

Essere molesti

È il Giubileo della misericordia. Alcune nozioni del catechismo che avevo seppellito con un po’ di polvere mi ha dato la possibilità di rileggere le opere di misericordia, corporali e spirituali.

Tra di esse ce n’è una che parla di “sopportare le persone moleste”. Come spesso accade le cose non arrivano mica per caso, c’è sempre un motivo, come nelle persone che incontriamo, nelle frasi che leggiamo, nelle canzoni che ascoltiamo, nelle cose ci succedono. Non credo più alle coincidenze. Mi piacciono le coincidenze mascherate da Dio-incidenze.

E così, ripensavo ad alcune situazioni che ultimamente mi pesano molto. Le persone moleste. Moleste non nel senso “fisico” del termine, nessuno che mi picchia, che mi infastidisce fisicamente, nulla del genere. Ci sono però quelle molestie che alla lunga pesano, come sopportare gente che pensa sempre male, che vede tutto con negatività, quasi come se parlare bene possa essere proibito. Mi è capitato tempo fa di ascoltare una persona che durante ha “parlato bene” di un collega da tutti giudicato “molesto”. Quasi ha fatto un certo effetto, mentre questo dovrebbe essere normale.

Si può essere molesti anche in questo modo, pensando di giudicare, dire ciò che si pensa sempre e comunque ovviamente negativamente. Questo modo di fare alla lunga inquina i cuori, inquina gli ambienti di lavoro, la famiglia, gli amici, a volte perfino la parrocchia dove viviamo. Sono stanco, stanchissimo di sentire sempre le stesse cose, parlare sempre e solo male, ripetendo per anni frasi fatte, dette e ridette.

Si può essere molesti anche in questo modo. Chissà che questo giubileo della mIsericordia non mi stia chiedendo di essere più paziente e “sopportare”. A volte mi rendo conto di essere anche io molesto, soprattutto a me stesso quando mi dimentico della positività, della Provvidenza, delle cose belle della vita e lascio spazio a qualche mormorazione. E’ un esercizio “double face”, da fare prima con se stessi e poi con gli altri.

Vorrei dire a quelle persone che non hanno mai parole buone, che non hanno fiducia nel prossimo, che giudicano dalle apparenze, che badano all’apparire e non all’essere, che uccidono lentamente gli altri con maldicenze e pensieri sempre negativi, di lasciare spazio alla meraviglia, allo stupore, ad aprire il cuore e dire “chissà… forse anche io posso imparare qualcosa da….”.

Sarà un gesto di misericordia verso se stessi e verso gli altri, oltre a non rompere l’armonia (per essere gentile) con il mondo che ci circonda.

 

7 luglio 2016

Quando la miseria è di casa

Balza la cronaca nera sulle pagine dei giornali e dei notiziari, come in ogni buona estate che si rispetti - va a capire perché? - c’è sempre interesse da parte dei media a dare spazio ad omicidi e violenze di vario genere.

Alcune ci interessano solo quando colpiscono noi direttamente; la terribile strage in Bagladesh non avrebbe avuto lo stesso gradi di interesse se a morire fossero stati tutti bengalesi. Certe notizie a volte vengono un po’ nascoste quando non hanno una ricaduta diretta.

C’è poi il ragazzo americano che è annegato nel Tevere. Anche qui tanto interesse, tanto scalpore. Ho visto al telegiornale dei giornalisti andare sotto ai vari ponti del fiume romano per vedere in quali condizioni vivono questi disperati. Cosa mangiano, come dormono, come sopravvivono sempre lì, in riva al fiume, con rifugi di emergenza, rifiuti e degrado; una morbosità fastidiosa. Eppure, mentre Roma offre tante meraviglie e tanti monumenti ai turisti di tutto il mondo, è sotto gli occhi di tutti anche tanto degrado; io stesso, quando viaggio con il trenino per raggiungere la città vedo baracche a ridosso del fiume e mi domando come facciano a vivere queste persone così vicini all’acqua del fiume o a pochissima distanza dal treno in corsa, in estate come in inverno. Gente che scappa, che si rifugia, che cerca un piccolo “alloggio” mossi dalla povertà, dalla disperazione, dalla pazzia. Addirittura un signore anziano, in un’area verde della stazione, ha deciso di “occupare” un piccolo giardino vivendo così a 5 m dalla tangenziale e a 5 dal binario: una piccola baracca, pochi utensili, la sera accende un fuoco, a Natale mette addirittura gli addobbi. Se poi dovesse morire finirà sui giornali in un trafiletto e pazienza… era un clochard.

Mi domando se mai potrà avere un fine questo degrado, se ci sarà una amministrazione comunale e una politica sociale in grado di affrontare tali problematiche. Ma soprattutto se saremmo capaci noi un giorno di “vedere” la povertà altrui e farcene carico con gli occhi della misericordia. E questo non necessariamente per il povero che vive sotto il nostro portone ma anche per quelli afflitti che vivono a 100 metri da casa nostra.

 

26 maggio 2016

Catturare un fiore

Guardo i fiori. Li ammiro.

È primavera ormai. Bello camminare lungo i giardini infiorati, nelle campagne, lungo i viali. Nella mia terrazza c’è un’esplosione di fiori, tante rose bianche, alcune rosse, margherite colorate, bouganville. Mi fermo spesso ad osservali, i fiori mi rilassano molto. E non resisto a fotografarli; ne catturo i colori, la luminosità, la particolarità, le venature, le sfumature. Ne vorrei catturare anche il profumo, ma quello è impossibile, quello resta nel naso, si diffonde nell’aria, richiamo e nutrimento per le api. Ho capito nel corso della mia esperienza di “fotografo dilettante di fiori” che ci sono alcuni fiori che non amano essere fotografati, sono “timidi”, non si fanno mettere a fuoco, si muovono vivacemente al vento… quando al terzo o quarto tentativo la foto non viene è lì che capisco che quel fiore non vuole essere fotografato e vado avanti!

Alcuni fiori hanno la durata di poche settimane, magari qualche mese o poco più. Ci insegnano che la bellezza è davvero fugace, che va colta nel momento, che va assaporata per quella che è adesso e non per quello che sarà domani. In una vita dove tutto scorre, tutto viene programmato, un fiore ci ricorda che chi vuol essere lieto sia… colga la bellezza. Ho una pianta grassa che addirittura fa un fiore molto bello e molto particolare che resiste solo 24 ore; conservo questa pianta spinosa (non sono amante delle piante grasse) solo per aspettare che la vita possa sbocciare anche lì, tra le spine. Ovviamente è doveroso catturare l’attimo prima che appassisca.

A volte è anche bello coglierli, regalarli; dono apprezzato dalle donne, con un fiore si conquista una donna, la quale ovviamente non va toccata neanche con un fiore. Mi ricordo da bambino quante margherite raccoglievo con la mia mamma nel prato; lei le legava con un filo d’erba, poi a casa le metteva in un piccolo vasetto d’acqua. Duravano anche una settimana, il tempo di tornare nella villa e raccoglierne degli altri. C’era sempre la primavera sul comodino della mia mamma.

Non è bene camminare velocemente in un viale fiorito, in un giardino. È bene non guardare l’orologio, dimenticare i propri impegni, perdere un attimo di tempo, magari anche la compagnia con cui si passeggia, per gustare un fiore. Sono il trionfo della natura, dei colori. C’è la vita.

 

Dovremmo fare attenzione a certe dinamiche che confondono la vita reale con la vita virtuale. Non voglio demonizzare la tecnologia, assolutamente, ma riflettere sul fatto che la velocità, l’approssimazione, la fretta, il consumo spietato possano diventare un modo di essere e di agire nella vita di tutti i giorni.

La vita non ha il tempo di un post di Facebook che dopo qualche istante è già sommerso dagli altri. La vita ha i suoi tempi, i suoi respiri, è fatta di incontri, di strette di mano, di sensazioni e di emozioni. È fatta anche dagli scocciatori e da chi ci molesta. La vita merita di essere respirata… con calma.