Con Papa Francesco

Una pagina CON PAPA FRANCESCO. Ogni volta che sento parlare Papa Francesco il mio cuore trabocca. Non so se riuscirò mai ad essergli grato per il bene che mi ha fatto fin dal giorno della sua elezione quando ho visto un uomo semplice vestito di bianco scaldare il mio cuore come raramente succede.

 

Ecco allora il desiderio di dedicare uno spazio ad alcuni passaggi che Papa Francesco ci regala con tanta generosità. Pensieri che non sempre avranno bisogno di un commento, scelti tra quelli che più mi colpiscono. Un modo per me di assaporare più volte le pillole di fede. Spero anche per i lettori di questo sito che questa pagina possa diventare un’occasione di riflessione.

Il popolo fedele di Dio è capace di vivere la fede con gioia, con senso di stupore, di sorpresa e di gratitudine. Guardiamo quella gente che chiacchierava bene su questa cosa meravigliosa, su questo miracolo della nascita di Giovanni, e lo faceva con gioia, era contenta, con senso di stupore, di sorpresa e gratitudine. 

                                                                                                                                               Angelus, 24 giugno 2018

Quattro parole per la fede: gioia, stupore, sorpresa, gratitudine. Riferendosi alla miracolosa nascita di Giovanni Battista, il Papa ci invita a guardare ad una folla che chiacchierava. Di solito il chiacchierare è qualcosa di negativo, fa rima con il pettegolezzo. In questo caso la gente fa una chiacchiera positiva.

Poco più avanti Papa Francesco ci dice che Dio è il “Dio delle sorprese”. Non avevo mai sentito queste parole. Perché la fede deve saper vedere le sorprese.

 

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Il buon ladrone ci ricorda la nostra vera condizione davanti a Dio: che noi siamo suoi figli, che Lui prova compassione per noi, che Lui è disarmato ogni volta che gli manifestiamo la nostalgia del suo amore. Nelle camere di tanti ospedali o nelle celle delle prigioni questo miracolo si ripete innumerevoli volte: non c’è persona, per quanto abbia vissuto male, a cui resti solo la disperazione e sia proibita la grazia. Davanti a Dio ci presentiamo tutti a mani vuote, un po’ come il pubblicano della parabola che si era fermato a pregare in fondo al tempio (cfr Lc 18,13). E ogni volta che un uomo, facendo l’ultimo esame di coscienza della sua vita, scopre che gli ammanchi superano di parecchio le opere di bene, non deve scoraggiarsi, ma affidarsi alla misericordia di Dio. E questo ci dà speranza, questo ci apre il cuore!

 

                                                                                                                                    Udienza generale, 25 ottobre 2017

 

Non ci sono letti di ospedali o celle dove non sia proibita la grazia. Mi piacerebbe estendere questo concetto di ospedale e di carcere anche a chi vive le proprie sofferenze interiori e le proprie prigioni dai vizi, dalle rigidità della vita, dalle costrizioni. E questa misericordia che il Papa continua a ricordarci è al centro del suo pontificato; è una misericordia estesa veramente a tutti che apre il cuore, come ribadisce il Pontefice. È importante e necessario riconoscere l’ammanco, per sentirci piccoli e bisognosi di un Amore grande.

 

 

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Molte volte noi non incontriamo i fratelli, pur vivendo loro accanto, soprattutto quando facciamo prevalere la nostra posizione su quella dell’altro. Non dialoghiamo quando non ascoltiamo abbastanza oppure tendiamo a interrompere l’altro per dimostrare di avere ragione. Ma quante volte, quante volte stiamo ascoltando una persona, la fermiamo e diciamo: “No! No! Non è così!“ e non lasciamo che la persona finisca di spiegare quello che vuole dire. E questo impedisce il dialogo: questa è aggressione. Il vero dialogo, invece, necessita di momenti di silenzio, in cui cogliere il dono straordinario della presenza di Dio nel fratello.  […] Il dialogo abbatte i muri delle divisioni e delle incomprensioni; crea ponti di comunicazione e non consente che alcuno si isoli, rinchiudendosi nel proprio piccolo mondo. Non dimenticatevi: dialogare è ascoltare quello che mi dice l’altro e dire con mitezza quello che penso io. Se le cose vanno così, la famiglia, il quartiere, il posto di lavoro saranno migliori. Ma se io non lascio che l’altro dica tutto quello che ha nel cuore e incomincio ad urlare – oggi si urla tanto – non andrà a buon fine questo rapporto tra noi

 

                                                                                                                                               Udienza Giubilare, sabato 22 ottobre 2016

 

Oggi si urla tanto. È vero. Si urla per sopraffare gli altri, si tende sempre di più a non ascoltare. I”l vero dialogo nasce dai momenti di silenzio”, eloquenti le parole del Papa, non credo abbiano bisogno di altri commenti, quanto piuttosto di una riflessione. Ascoltare, fare silenzio, non interrompere, non urlare…

 

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È ovvio che il mondo di oggi ha bisogno di misericordia, ha bisogno di compassione, ovvero di patire con. Siamo abituati alle cattive notizie, alle notizie crudeli e alle atrocità più grandi che offendono il nome e la vita di Dio. Il mondo ha bisogno di scoprire che Dio è Padre, che c’è misericordia, che la crudeltà non è la strada, che la condanna non è la strada, perché la Chiesa stessa a volte segue una linea dura, cade nella tentazione di seguire una linea dura, nella tentazione di sottolineare solo le norme morali, ma quanta gente resta fuori. Mi è venuta in mente quell’immagine della Chiesa come un ospedale da campo dopo la battaglia; è la verità, quanta gente ferita e distrutta! I feriti vanno curati, aiutati a guarire, non sottoposti alle analisi per il colesterolo. Credo che questo sia il momento della misericordia.

 

Io continuo a dire che oggi la rivoluzione è quella della tenerezza perché da qui deriva la giustizia e tutto il resto. Se un imprenditore assume un impiegato da settembre a luglio, gli dissi, non fa la cosa giusta perché lo congeda per le vacanze a luglio per poi riprenderlo con un nuovo contratto da settembre a luglio, e in questo modo il lavoratore non ha diritto all’indennità, né alla pensione, né alla previdenza sociale. Non ha diritto a niente. L’imprenditore non mostra tenerezza, ma tratta l’impiegato come un oggetto – tanto per fare un esempio di dove non c’è tenerezza. Se ci si mette nei panni di quella persona, invece di pensare alle proprie tasche per qualche soldo in più, allora le cose cambiano. La rivoluzione della tenerezza è ciò che oggi dobbiamo coltivare come frutto di questo anno della misericordia: la tenerezza di Dio verso ciascuno di noi. Ognuno di noi deve dire: “sono uno sventurato, ma Dio mi ama così; allora anche io devo amare gli altri nello stesso modo”.

 

Dall’intervista alla rivista “Credere” (dicembre 2015)

 

 

Mi sono imbattuto, quasi per caso (ma nulla avviene davvero per caso) in questa illuminante intervista di Papa Francesco ( http://it.radiovaticana.va/news/2015/12/02/intervista_al_papa_del_settimanale_credere/1191407 ) che mi ha lasciato più di uno spunto di riflessione. Ne allego due parti; con parole molto concrete e molto immediate il Papa sottolinea due parole al centro di questo Giubileo, la compassione e la tenerezza, auspicando addirittura una “rivoluzione della tenerezza”. Non credo sia necessario aggiungere altro alle parole di Papa Francesco, vicino all’esperienza dell’uomo comune. Parla di un Dio misericordioso agli uomini peccatori che hanno dimenticato la misericordia e la compassione.

 

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Così pure il perdono, che il Signore ci dona specialmente nel Sacramento della Riconciliazione: non teniamolo chiuso in noi stessi, ma lasciamo che sprigioni la sua forza, che faccia cadere muri che il nostro egoismo ha innalzato, che ci faccia fare il primo passo nei rapporti bloccati, riprendere il dialogo dove non c’è più comunicazione…

Angelus, 16 novembre 2014

 

Angelus incentrato sulla parabola dei talenti, a mio avviso una delle più difficili da comprendere. Sembra semplice, in realtà non lo è affatto. Tra i talenti il Papa ne cita uno, il perdono. Una forza devastante capace di abbattere i muri dell’egoismo. Abbattere i muri del non dialogo, dell’indifferenza, di tensioni che potrebbero essere risolte a volte con un sorriso di distensione. Mi colpiscono queste parole, soprattutto perché arrivano in un momento in cui sento la necessità del perdono, da ricevere e da donare. Riprendere il dialogo, far cadere i muri: sembra un concetto molto semplice in realtà è uno degli ostacoli più grandi alla pace, la pace ad ogni livello.

 

 

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Le lamentele sono cattive, anche quelle contro noi stessi, quando tutto ci appare amaro. Sono cattive perché ci tolgono la speranza. Non entriamo in questo gioco di vivere dei lamenti. Non mangiamo lamentele, perché queste tolgono la speranza, tolgono l’orizzonte e ci chiudono come con un muro. E da lì non si può uscire. Ma il Signore ha pazienza e sa come farci uscire. Lui sempre ci accompagna anche nelle ore più oscure.

Omelia S.Marta, 3 aprile 2013

 

Le lamentele. Ricordo la frase di un prete una volta che disse: passiamo tutta la vita a protestare e lamentarci o vogliamo fare qualcosa? Il lamento è pratica comune, certi ne fanno uno stile di vita. Non sopporto chi si lamenta in continuazione. Ancora una volta la saggezza di Papa Francesco invita il cristiano ad avere fede, ci dice che possiamo uscirne solo con il paziente aiuto del Signore. Aggiungerei (mi permetta il Santo Padre) anche con lo sforzo di apprezzare i tanti piccoli beni che ogni giorno si presentano ai nostri occhi e che diamo per scontato.

 

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Il Vangelo dice che i discepoli rimasero meravigliati che il loro Maestro parlasse con quella donna. Ma il Signore è più grande dei pregiudizi, per questo non ebbe timore di fermarsi con la Samaritana: la misericordia è più grande del pregiudizio. Questo dobbiamo impararlo bene! La misericordia è più grande del pregiudizio, e Gesù è tanto misericordioso, tanto!

Angelus, 23 marzo 2014

 

La misericordia. Parola dimenticata. Avere compassione degli altri tanto da spingere a fare del bene per quella persona che soffre. Misericordia, compassione. La misericordia è più grande dei pregiudizi, quei pregiudizi che fanno tanto male al mondo di oggi e anche nel mio cuore. Una parola da riscoprire, un pensiero di Papa Francesco che necessariamente ha bisogno di tanta riflessione.

 

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Il matrimonio è anche un lavoro di tutti i giorni, potrei dire un lavoro artigianale, un lavoro di oreficeria, perché il marito ha il compito di fare più donna la moglie e la moglie ha il compito di fare più uomo il marito. Crescere anche in umanità, come uomo e come donna. E questo si fa tra voi. Questo si chiama crescere insieme. Questo non viene dall’aria! Il Signore lo benedice, ma viene dalla vostre mani, dai vostri atteggiamenti, dal modo di vivere, dal modo di amarvi. Farci crescere! Sempre fare in modo che l’altro cresca. Lavorare per questo. E così, non so, penso a te che un giorno andrai per la strada del tuo paese e la gente dirà: “Ma guarda quella che bella donna, che forte!…”. “Col marito che ha, si capisce!”. E anche a te: “Guarda quello, com’è!…”. “Con la moglie che ha, si capisce!”. E’ questo, arrivare a questo: farci crescere insieme, l’uno l’altro. E i figli avranno questa eredità di aver avuto un papà e una mamma che sono cresciuti insieme, facendosi - l’un l’altro - più uomo e più donna!

Discorso ai fidanzati 14 febbraio 2014

 

Ne avevo sentite di cose belle sul matrimonio cristiano, questa ancora mai. Il marito ha il compito di fare più donna la moglie e la moglie ha il compito di fare più uomo il marito. Una crescita comune, un’occasione per impreziosire la persona che si ha al proprio fianco. Farsi più uomo e più donna. Tutto il discorso fatto ai fidanzati è meraviglioso, un discorso di un uomo saggio. Ancora una volta mi hai colpito Papa Francesco. Che dono…

 

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Lo sguardo del Buon Pastore non cerca di giudicare ma di amare. Solamente a partire dalla connaturalità affettiva che l’amore dà possiamo apprezzare la vita teologale presente nella pietà dei popoli cristiani, specialmente nei poveri. Penso alla fede salda di quelle madri ai piedi del letto del figlio malato che si afferrano ad un rosario anche se non sanno imbastire le frasi del Credo; o a tanta carica di speranza diffusa con una candela che si accende in un’umile dimora per chiedere aiuto a Maria, o in quegli sguardi di amore profondo a Cristo crocifisso. Chi ama il santo Popolo fedele di Dio non può vedere queste azioni unicamente come una ricerca naturale della divinità.

 

La fede dei poveri. Anche io penso a quei momenti drammatici dove non serve la pomposa liturgia, profondi concetti teologici: si stringe tra le mani un rosario, si accende una candela… gesti semplici. Tenera la donna che non sa imbastire le frasi del Credo ma sa credere. A volte mi trovo anche io in questo bivio: so il credo, ma so veramente credere con quella fede della gente semplice?

 

Evangelii Gaudium, 125

 

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In questo primo giorno dell’anno, il Signore ci aiuti ad incamminarci tutti con più decisione sulle vie della giustizia e della pace. E incominciamo a casa! Giustizia e pace a casa, tra noi. Si incomincia a casa e poi si va avanti, a tutta l’umanità. Ma dobbiamo incominciare a casa. Lo Spirito Santo agisca nei cuori, sciolga le chiusure e le durezze e ci conceda di intenerirci davanti alla debolezza del Bambino Gesù. La pace, infatti, richiede la forza della mitezza, la forza nonviolenta della verità e dell’amore.

Angelus, 1 gennaio 2014

 

Pensare che la pace possa iniziare dalle famiglie per poi espandersi al mondo intero. Sembra un concetto molto utopistico, eppure non credo sia tanto lontano dalla verità. La mitezza, la nonviolenza, la verità, l’amore… gli ingredienti per la giusta ricetta, quella della pace.

 

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Cari bambini, quando pregherete davanti al vostro presepe, ricordatevi anche di me, come io mi ricordo di voi. Vi ringrazio, e buon Natale!

Angelus, 15 dicembre 2013

 

Che bello il rapporto con i bambini. Pochi giorni fa un mio alunno mi ha raccontato di un suo incontro con Lei. Che emozione. Questo rimarrà nel suo cuore per la vita, lo segnerà. Mi emoziona pensare che i bambini possano vedere in Papa Francesco “uno di loro”, che parla a loro, li abbraccia, li cerca e gli sorride.

 

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Per poter sostenere uno stile di vita che esclude gli altri, o per potersi entusiasmare con questo ideale egoistico, si è sviluppata una globalizzazione dell’indifferenza. Quasi senza accorgercene, diventiamo incapaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri, non piangiamo più davanti al dramma degli altri né ci interessa curarci di loro, come se tutto fosse una responsabilità a noi estranea che non ci compete. La cultura del benessere ci anestetizza e perdiamo la calma se il mercato offre qualcosa che non abbiamo ancora comprato, mentre tutte queste vite stroncate per mancanza di possibilità ci sembrano un mero spettacolo che non ci turba in alcun modo.

Evangelii Gaudium, 54

 

È vero Santo Padre. Viviamo nell’indifferenza. Non siamo più capaci di piangere, fino al momento in cui il dolore non tocca noi. Se il male è degli altri va bene, se diventa nostro allora ci lamentiamo. Viviamo in questa cultura del benessere e questo benessere dove ci sta portando? Ad ignorare il fratello che chiede aiuto. Mi impegnerò nell’ascolto delle voci dei poveri e dei bisognosi.

 

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Nel deserto c’è bisogno soprattutto di persone di fede che, con la loro stessa vita, indichino la via verso la Terra promessa e così tengono viva la speranza. In ogni caso, in quelle circostanze siamo chiamati ad essere persone-anfore per dare da bere agli altri. A volte l’anfora si trasforma in una pesante croce, ma è proprio sulla Croce dove, trafitto, il Signore si è consegnato a noi come fonte di acqua viva. Non lasciamoci rubare la speranza!

Evangelii Gaudium, 86

 

Persone anfora. Ma io mi sento spesso un’anfora bucata, con le mani sempre vuote. Vorrei essere davvero migliore in questo senso.

 

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La vocazione del custodire, però, non riguarda solamente noi cristiani, ha una dimensione che precede e che è semplicemente umana, riguarda tutti. E’ il custodire l’intero creato, la bellezza del creato, come ci viene detto nel Libro della Genesi e come ci ha mostrato san Francesco d’Assisi: è l’avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo. E’ il custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore. E’ l’aver cura l’uno dell’altro nella famiglia: i coniugi si custodiscono reciprocamente, poi come genitori si prendono cura dei figli, e col tempo anche i figli diventano custodi dei genitori. E’ il vivere con sincerità le amicizie, che sono un reciproco custodirsi nella confidenza, nel rispetto e nel bene. In fondo, tutto è affidato alla custodia dell’uomo, ed è una responsabilità che ci riguarda tutti. Siate custodi dei doni di Dio! […] Custodire il creato, ogni uomo ed ogni donna, con uno sguardo di tenerezza e amore, è aprire l’orizzonte della speranza, è aprire uno squarcio di luce in mezzo a tante nubi, è portare il calore della speranza! E per il credente, per noi cristiani, come Abramo, come san Giuseppe, la speranza che portiamo ha l’orizzonte di Dio che ci è stato aperto in Cristo, è fondata sulla roccia che è Dio.

Omelia, 19 marzo 2013

 

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Come siamo con l’inquietudine dell’amore? Crediamo nell’amore a Dio e agli altri? O siamo nominalisti su questo? Non in modo astratto, non solo le parole, ma il fratello concreto che incontriamo, il fratello che ci sta accanto! Ci lasciamo inquietare dalle loro necessità o rimaniamo chiusi in noi stessi, nelle nostre comunità, che molte volte è per noi “comunità-comodità”? A volte si può vivere in un condominio senza conoscere chi ci vive accanto; oppure si può essere in comunità, senza conoscere veramente il proprio confratello: con dolore penso ai consacrati che non sono fecondi, che sono “zitelloni”. L’inquietudine dell’amore spinge sempre ad andare incontro all’altro, senza aspettare che sia l’altro a manifestare il suo bisogno. L’inquietudine dell’amore ci regala il dono della fecondità pastorale, e noi dobbiamo domandarci, ognuno di noi: come va la mia fecondità spirituale, la mia fecondità pastorale?

28 agosto 2013, capitolo generale Ordine degli Agostiniani